Meloni contro il salario minimo? Ma nel 2019 diceva che… Le prove che la inchiodano

Come molti di voi sicuramente sapranno, domani (venerdì 11 agosto) Giorgia Meloni vedrà i leader delle opposizioni per un confronto sul tema del salario minimo. Non è di certo una novità che Meloni sia contraria all’inserimento di questa misura di civiltà per i lavoratori nella legge italiana. Anche in questi giorni la presidente del consiglio ha ribadito di essere contraria alla fissazione per legge di una retribuzione oraria perché, parole sue, “rischierebbe di diventare un parametro sostitutivo e non aggiuntivo, con il risultato di peggiorare il salario di molti più lavoratori di quelli ai quali lo migliorerebbe”.

Il Fatto Quotidiano, però, ricorda cosa pensava Fratelli d’Italia del salario minimo appena 4 anni fa. Era gennaio 2019: il deputato di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto – oggi presidente della Commissione Lavoro della Camera – presenta un progetto di legge intitolato Istituzione del salario minimo orario nazionale. Nella premessa scrive di non concordare con “la tesi espressa da alcune organizzazioni sindacali, le quali affermano che avrebbe effetti negativi, poiché porrebbe le basi per una diminuzione dei salari nel medio termine“, ovvero quello che ora sostiene Meloni (i sindacati hanno invece cambiato idea, con l’eccezione della Cisl). Al contrario, “è un provvedimento necessario per sostenere i lavoratori più marginali e riconoscere il lavoro come strumento di dignità, in coerenza con i fondamentali princìpi della Repubblica”. Sì, avete letto bene.

Come è noto la capacità di cambiare idea è indice di intelligenza, ma qui siamo davanti a una inversione plateale rispetto a una proposta che il partito della premier riteneva così valida da volerne fare una legge dello Stato. Con motivazioni esattamente identiche a quelle con cui Pd, M5S, Avs e Azione motivano il loro sostegno alla misura: “L’adozione di misure di contrasto alla piaga del lavoro sottopagato dovrebbe rappresentare un‘emergenza“, scriveva Rizzetto. “Va affrontata prioritariamente, considerando che la sua diffusione, oltre a mortificare la dignità dei lavoratori, ostacola i consumi e impedisce all’Italia di crescere e di uscire dall’attuale stato di crisi”. Che fare dunque? Non un taglio del cuneo fiscale, come adesso predica Rizzetto. Ma il salario mimino, appunto.

“Rappresenterebbe”, era convinto il coordinatore regionale di Fdi in Friuli Venezia Giulia, “un efficace strumento per garantire una maggiore equità e tutelare la posizione di debolezza del lavoratore nell’ambito del rapporto di lavoro” e la sua assenza “nel tempo ha contribuito all’aumento delle diseguaglianze e a discriminare le categorie di lavoratori che non sono tutelate dai contratti collettivi nazionali”.

Cosa dobbiamo aspettarci dal confronto di venerdì sul salario minimo

E la preoccupazione per il presunto conflitto tra contrattazione collettiva e minimo legale, che secondo la premier sarebbero alternativi? All’epoca non ce n’era traccia, anzi: “Dove la contrattazione è più debole, un salario minimo è indispensabile, mentre, laddove la contrattazione è ancora forte, un salario minimo può essere un valido complemento“. Per questo il deputato meloniano ipotizzava che il minimo dovesse applicarsi “a tutte le categorie di lavoratori e di lavoratrici per i quali la retribuzione minima non sia individuata dai contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL)” ma anche nei casi in cui “tali contratti stabiliscano un corrispettivo minimo orario inferiore“. Proprio come previsto dal testo depositato dalle opposizioni, che puntano a fissare il minimo a 9 euro lordi all’ora.

L’unica differenza è che Rizzetto, quando al governo c’era Giuseppe Conte, immaginava di affidare la fissazione della cifra a una Commissione nominata dai presidenti delle Camere. I cinque componenti avrebbero dovuto comunque individuare un livello non inferiore al 50% della retribuzione media e adeguarlo poi in base a un fattore di proporzionalità regionale, un indicatore della produttività del lavoro e il tasso di occupazione regionale. Ciliegina sulla torta, i datori di lavoro che avessero violato l’obbligo di applicare il minimo legale avrebbero dovuto, secondo l’esponente di Fdi, essere sanzionati con una multa da 60 a 120mila euro. In caso di violazione reiterata, sarebbe scattato pure il divieto di partecipare a gare d’appalto pubbliche per tre anni.

In queste ore, in attesa del vertice a Palazzo Chigi convocato per le 17 di venerdì, la pdl datata 2019 è stata rispolverata dal Movimento 5 Stelle per evidenziare le contraddizioni della maggioranza. “In pratica, quattro anni fa Rizzetto diceva l’opposto di ciò che, di nuovo ieri, la premier Meloni ha affermato in un video, ossia che tale misura rischia di peggiorare le retribuzioni. Grande è la confusione sotto il cielo dei ‘patrioti’”, ha commentato la capogruppo M5s in commissione Lavoro alla Camera Valentina Barzotti. Rizzetto dal canto suo è preoccupatissimo: “Un salario minimo applicato erga omnes per legge potrebbe paradossalmente creare dei problemi e da parte datoriale alcuni potrebbero abbandonare i risultati raggiunti dalla contrattazione ed applicare, a ribasso, una legge“. Un timore che quattro anni fa definiva “tesi espressa da alcune organizzazioni sindacali”, definendola “non condivisibile”.

La reazione del M5S

Immediata la reazione del M5S: “Il presidente Rizzetto può stare tranquillo: domani, al tavolo convocato a Palazzo Chigi sul salario minimo, il M5S si presenterà con l’atteggiamento costruttivo di chi intende risolvere un problema che riguarda quasi 4 milioni di lavoratrici e lavoratori, e di chi in questi anni non ha mai cambiato idea”. Lo afferma in una nota la capogruppo del M5S in commissione Lavoro alla Camera Valentina Barzotti. “Sorprende, infatti, leggere oggi certe affermazioni di Rizzetto, che in una sua proposta di legge presentata alla Camera nel 2019 – riprende – scriveva testualmente che ‘non si ritiene condivisibile la tesi espressa da alcune organizzazioni sindacali, le quali affermano che l’istituto in questione (il salario minimo, ndr) avrebbe effetti negativi, poiché porrebbe le basi per una diminuzione dei salari nel medio termine. Riconoscere un salario minimo, invece, è un provvedimento necessario per sostenere i lavoratori più marginali e riconoscere il lavoro come strumento di dignità, in coerenza con i fondamentali princìpi della Repubblica’. In pratica, quattro anni fa Rizzetto diceva l’opposto di ciò che, di nuovo ieri, la premier Meloni ha affermato in un video, ossia che tale misura rischia di peggiorare le retribuzioni. Grande è la confusione sotto il
cielo dei ‘patrioti’…”.

“E ancora: ‘L’assenza di una retribuzione minima su base nazionale nel tempo ha contribuito all’aumento delle diseguaglianze e a discriminare le categorie di lavoratori che non sono tutelate dai contratti collettivi nazionali’ recita sempre la pdl depositata dal deputato di FdI. Ora i meloniani devono inventare fake news pur di affossare la nostra proposta ma, come si dice in questi casi, carta canta” conclude Barzotti.

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